Al di là del principio dell'amore

    Al di là del principio dell'amore

Martedì 25 novembre 2014 ho avuto il grande piacere di partecipare a una tavola rotonda a Buccinasco (Mi) per discutere a più voci, e da diverse competenze, il tema della violenza nei confronti delle donne all’interno di legami d’amore. Riprendendo alcune tematiche che avevo sviluppato lo scorso anno, nel convegno “Salviamole prima” all’interno del Festival la Violenza Illustrata (Bologna, 18 novembre 2013) ho posto l’intricata questione dell’incontro femminile con l’amore e la violenza. Rimando per approfondimenti al link: http://www.dedalusbologna.it/approfondimenti/75/prima-che-sia-tardi-giovani-donne-e-rapporto-con-la-violenza.html#.VHb9EjGG-So

Tra le numerose questioni che hanno acceso il dibattito col pubblico c’è stata quella sul perché le donne non riescano a lasciare il proprio partner violento, anche quando non siano presenti questioni economiche o figli che rendono più problematica la separazione, come nel caso delle più giovani.

Perché, può rivelarsi così difficile chiudere un rapporto che è “al di là del principio dell’amore”?

Facciamo però prima un passo indietro. Traendo, purtroppo, spunto da un atroce caso di cronaca, tento di articolare un aspetto che spesso s’incontra nelle giovani donne ; perché accade che le ragazze siano affascinate e s’ innamorino dei “bulli”?

Fabiana aveva solo sedici anni; è stata uccisa, l’anno scorso, dal fidanzato in uno dei modi più brutali che esistano, è stata bruciata viva. La descrizione della sua uccisione è facilmente reperibile in numerosi siti, mentre di lei sappiamo ben poco. Però abbiamo due elementi. Il primo è che il suo ragazzo era un bullo del paese, un ragazzo problematico, geloso e possessivo fino alla morte (appunto), non era un segreto, a quanto pare, che la picchiasse. Il secondo è una frase di Fabiana, come vedremo.

Nel precedente intervento ho messo in luce, grazie all’apporto di Lacan, come i rapporti d’amore possono dare un nome all’ essere femminile, fornire consistenza e dare un limite a qualcosa che, strutturalmente,  sul versante femminile, non è circoscrivibile. Ma, i rapporti d’amore, possono essere anche l’incontro con una devastazione terribile quando l’uomo che si incontra non incarna la funzione positiva del limite ma quella di un godimento sregolato e distruttivo, per esempio bulli,  sbandati, tossici…

Quella distruttiva è, però solo una faccia della medaglia, perché dall’altro lato questi ragazzi  mostrano, infatti,  un attaccamento e una devozione “speciale” alla loro donna. Il loro “punto di forza” immaginario è quello di mostrare un sapere che riguarda  proprio ciò che la donna non sa, quello che la interroga intimamente e la muove. Non solo cosa è lei per l’Altro ma cosa desidera, cosa desidera una donna? Come si fa ad essere donna?

Ed ecco che questi uomini rispondono immaginariamente a queste domande, mostrano di avere un sapere su quello che una donna desidera o presume desiderare: iper-attenzioni, iper-presenza, regali continui sono solo alcuni esempi di come possa manifestarsi questo presunto sapere che può avere per una donna  la funzione di una profonda rassicurazione. Ma questi tipi di rapporto che annullano le differenze e si sostengono su un incollamento simbiotico rivelano un potenziale altamente esplosivo, che può sfociare nel passaggio all’atto violento, quando qualcosa di questo incollamento si incrina. Ma, anche qualora questo non si verificasse, anche se non si arrivasse alla violenza fisica, mostrano un legame mortifero da cui diventa difficile separarsi. “Non puoi desiderare altro da me” questa è la logica su cui si fondano questi rapporti. Forse è stato quando Fabiana si è accorta davvero di questo che ha scritto al suo fidanzato, poco prima di essere uccisa“sei l’amore/errore più grande della mia vita”?

 

Fabiana è morta e come lei tante altre giovani ragazze. Penso alle storie che ho letto  di Lisa, Veronica che hanno fatto un brutto incontro con l’amore e non sono riuscite a separarsene in tempo. Non possiamo fornire davvero delle risposte al perché di questo, perché per farlo autenticamente l’unica via sarebbe quella di ascoltare loro. Però possiamo cercare di porre delle domande, senza avere la pretesa di fornire conseguentemente la risposta, possiamo tentare di non tappare l’angoscia che provoca, inevitabilmente, l’ascolto dell’orrore della violenza che avviene nel luogo che è stato o dovrebbe essere quello dell’amore. La psicoanalisi, ogni giorno, m’insegna l’importanza, non solo dell’ascolto ma anche delle domande: le domande aprono al pensiero, all’interrogazione, al dubbio, scardinano la certezza mortifera dell’identificazione “sono una vittima”, “sono uno scarto”, “sono una merda”, aprendo piuttosto alla  propria domanda sulla  scelta identificatoria. “perché non riesco a chiudere questa storia anche se mi rendo conto che mi distrugge”? Perché è così difficile, talvolta, chiudere un rapporto che è al di là del principio dell’amore? Un rapporto in cui, anche se nella migliore delle ipotesi non ci sono botte, non c’è il rispetto per l’ esistenza dell’ Altro che dovrebbe fondare ogni rapporto umano. Queste sono alcune delle domande che ho ascoltato prodursi nel corso di un trattamento psicoanalitico.

Silvia ha poco più di vent’anni; arriva in analisi quando la sua storia è oltre i pezzi e anche lei. Pesa meno di quaranta chili e sta malissimo. Primo incontro con l’amore devastante, I. dopo qualche mese inizia a essere gelosissimo e poco dopo a picchiarla brutalmente. Silvia  sta male ed esprime la sua sofferenza nel rifiuto del cibo. Sarà, paradossalmente, dice Silvia il suo sintomo a salvarla: ridotta pelle e ossa lui la lascia per un’altra. Dopo un duro e lungo periodo riabilitativo Silvia finalmente sta meglio, seppur il suo peso resti sulla soglia. Incontra F. che è l’opposto di I., almeno apparentemente. Ma dopo qualche tempo si ripete nuovamente una simile, se non stessa, dinamica mortifera: non ci sono botte ma F. detesta ogni cosa della vita di Silvia, qualsiasi slancio vitale, le impedisce di dedicarsi ai suoi interessi controllandola e chiamandola in continuazione nei suoi momenti liberi. La denigra e la mortifica, perché deve desiderare e volere stare solo con lui. Silvia, di nuovo, torna a rifiutare totalmente il cibo che gradualmente aveva ri-introdotto. Comincia anche ad avere degli episodi di vomito (non autoindotto), dei dolorosi conati in cui espelle quasi esclusivamente liquidi. “Si può vomitare il niente?” E’ questo sintomo del vomitare il niente che l’angoscia e le fa decidere di domandare una terapia. Il sintomo del vomito scompare abbastanza rapidamente e lascia spazio a un desiderio di capire qualcosa che la riguarda intimamente “perché non riesco a chiudere questa storia anche se mi rendo conto che mi distrugge”?

Silvia comincia ad associare la prima devastante esperienza d’amore con la seconda, ad individuare cosa si ripete nelle due storie, a domandarsi della sua posizione e perché questa la spinga a scegliere questi “uomini-colla”, per usare una sua espressione.

L’elaborazione del trauma, per la psicoanalisi, non consiste semplicemente nella capacità di nominarlo, il che rischierebbe di liquidarsi con la riduzione della nominazione alla “causa di tutto”. Elaborare un trauma per la psicoanalisi significa attraversarlo, ricostruirlo con il presupposto che ciò che fa trauma è particolare per ciascun soggetto e si connette alla sua storia. Il che significa prestare una grande attenzione a questo ascolto, dare valenza a ciò che ha significato per il soggetto l’incontro con l’inspiegabile che rimane fuori discorso.  Per esempio, nel caso di Silvia,  emergerà che l’evento che sancisce il vero trauma non è, puramente, nell’evento oggettivo e brutale del pestaggio che ha subito ma, connesso a questo, nella profonda caduta che ha sentito nell’unico tentativo flebile di parlarne a un adulto verso cui aveva transfert (verso cui nutriva fiducia e stima): questo cade nel vuoto, “nel niente”, viene minimizzato.

E’ nel punto in cui un soggetto non riesce più a rappresentarsi, quando la possibilità di articolazione simbolica viene meno, quando le sue parole non riescono entrare in un discorso, che il peggio si fissa come marchio dell’essere ridotti a puro oggetto di godimento dell’Altro. E se il peggio si fissa tende, inconsciamente, a ripetersi.

Non è un destino che questo accada; e non lo è neppure, se invece accade, rimanere fissati al peggio.

Ed è per questo che quando m’invitano ad intervenire su un tema tanto complesso come è quello  della violenza nei confronti delle donne all’interno dei legami affettivi il mio punto di vista si concentra sempre sul femminile; perché è fondamentale operare uno scollamento, già a livello di discorso, tra l’essere donna e l’essere vittima.

Perché questa coincidenza toglie parola, desiderio, responsabilità. Vita.

dott.ssa Claudia Rubini- psicologa, psicoterapeuta

 

 

 

Pubblicato da Dedalus Bologna il