Prima che sia tardi. Giovani donne e rapporto con la violenza

Prima che sia tardi. Giovani donne e rapporto con la violenza

 Il motivo di questo titolo e del mio intervento nasce da una serie di riflessioni che vorrei provare stasera ad articolare con voi.

I numerosi fatti di cronaca ci parlano ogni giorno di violenze perpetrate all’interno di legami affettivi; in diversi casi, purtroppo se ne parla perché ragazze o donne vengono uccise da chi si presumeva dovesse amarle. Sappiamo sempre molto poco di queste donne e delle loro storie, ma c’è un aspetto comune che si trova sempre quando leggiamo di loro: “è stata una tragedia annunciata”; il passaggio all’atto violento che ne ha determinato la morte avviene, solitamente, dopo mesi o anni di maltrattamenti e violenze.

Cosa si può fare per contrastare il fenomeno della violenza? Cosa si può fare prima che sia tardi?

Da un lato, l’operazione che a livello culturale, sociale, mediatico si sta tentando di produrre è una focalizzazione sul maschile; tra i temi  trattati, in primo piano c’è sempre di più quello che interroga gli uomini, la loro posizione di carnefici e come questa possa evolversi, modificarsi, produrre un possibile cambiamento. Anche nell’ambito di questo importantissimo Festival, le iniziative dedicate a questo aspetto sono diverse; e non è un caso che parallelamente a questo, l’altro tema che costituisce il cardine del festival è quello della giustizia: attori della violenza e giustizia sono doverosamente insieme.

Ma c’è un altro aspetto che sta acquisendo sempre più spazio nella campagne mediatiche ed è la questione che si racchiude nello slogan “la violenza sulle donne è un problema degli uomini”.

Dalla prospettiva della psicoanalisi e preciso che parlo da questa posizione, non di certo da quella giuridica, l’effetto del diffondersi di questo punto di vista mi preoccupa molto per il fenomeno di cui stiamo parlando stasera. Perché mi preoccupa?

Perché l’esperienza clinica con i giovani mi insegna una cosa precisa su questo, che ora vi racconto brevemente: con la mia associazione Dedalus, siamo spesso chiamate ad intervenire nelle scuole sul tema del bullismo.

Quando entriamo in una classe che ci è stata segnalata per la presenza di questa problematica la nostra posizione è ben precisa: facciamo delle domande orientate, naturalmente, a capire il funzionamento del gruppo, ascoltiamo, osserviamo le dinamiche; basta poco tempo perché emerga chiaramente chi sono i bulli e chi le vittime, chi prevarica e chi subisce. Ma se a questo punto noi intervenissimo dicendo “il bullismo è un problema dei bulli” e ci concentrassimo principalmente su di loro quale effetto potrebbe prodursi? Rischieremmo non solo di incentivare l’identificazione del bullo al bullo ma soprattutto della vittima alla vittima, che nonostante sia implicata nella dinamica non ha potere né voce. Il rischio è di rendere la vittima ancora più oggetto; se il bullismo è un problema dei bulli, lei vittima allora non può fare altro che attendere inerme che i bulli risolvano i loro problemi?

Questo mi permette di arrivare a una delle domande che mi sono posta e che motiva il titolo del mio intervento: quando si parla di violenza sulle donne si parla davvero delle donne? o si parla di Quante botte hanno preso, quante costole rotte, quali organi danneggiati, come sono state uccise.  Solitamente sappiamo da quanto tempo stavano con il loro carnefice. Ma sulla loro posizione ci si interroga mai?su cosa le abbia portate lì, sul perché, sul loro modo di desiderare, di amare, etc.

Questo è il pane quotidiano di uno psicoanalista, certo. Ma quello  su cui vorrei riflettere con voi è se questo piano non manchi appunto per altri motivi. Non c’è forse  una confusione tra colpa e responsabilità, per cui invece andrebbero ben distinte?Sì la nostra cultura ha indubbiamente avvallato per decenni una certa posizione di “colpevolezza”  e di subordinazione femminile, anche dal punto di vista giuridico ( è del 1975 la legge del diritto di famiglia che stabilisce l’uguaglianza tra i coniugi). In un recente articolo  sul Fatto quotidiano, Lidia Ravera afferma che le donne fino a un trentennio prima della fine del secolo scorso valevano solo come oggetto dell’uomo prima che si attuasse una rivoluzione che le vedesse come soggetti desideranti e “non più prede”.

Bene. Ma più di quarant’anni dopo, mi domando se avvallando una posizione femminile, rispetto alla violenza all’interno di un legame di coppia, che la esclude dalla dinamica verificatasi, se si dice sì alla posizione “io non c’entro nulla, ero la vittima”, dunque l’oggetto dell’Altro, quali possibilità si danno a una donna di essere un soggetto che desidera, ama e sceglie della propria vita? Così facendo, il rischio non è lo stesso di quasi mezzo secolo fa, che lo statuto della donna sia quello di una possibile “preda”?

E’ proprio qui che diventa necessario distinguere il piano della colpa, da quello della responsabilità. Una donna ha colpa delle violenze che ha subito? NO

Quindi, qual è la responsabilità a cui mi riferisco? Cercherò di mostrarvelo nel corso del mio intervento.

Il mio desiderio è di parlarvi di questo, di parlare delle donne, delle ragazze, di cercare di affrontare il  fenomeno della violenza dalla posizione femminile perché se ci può essere una prevenzione alla violenza, a mio avviso, non si può prescindere da questo.

Ma come si fa a parlare delle donne? La psicoanalisi ha mostrato bene come questo sia impossibile.

Freud si arrestò proprio su questo punto: che cosa vuole una donna? O detto altrimenti cosa rende donna una donna? Freud è stato considerato uno dei nemici delle femministe, che trovavano inaccettabile che la femminilità fosse ricondotta alla famosa “invidia del pene”. Ma se si legge più approfonditamente Freud, si scopre che non dice proprio questo ma piuttosto individua che c’è un primato fallico, talmente evidente quanto invisibile, su cui si basa la civiltà. Il fallo è il modo non solo di dire il valore, ma la misura, la prestazione, l’avere, le insegne che servono all’essere umano per potersi definire, per darsi un’identità.

Per questo, è una funzione che accomuna sia il maschile che il femminile, sebbene sia strutturalmente preponderante nel primo.

La funzione fallica è anche ciò che struttura la sessualità in quanto umana, che la differenzia da quella animale, che differenzia il desiderio dall’istinto. Ma, il punto innovativo introdotto da Jacques Lacan, una delle menti più brillanti della psicoanalisi post-freudiana  è che le donne non sono tutte sotto il primato del fallo, c’è qualcosa della loro natura che sfugge a questo e lo eccede. Mentre per l’uomo è più difficile  staccarsi dall’ingombro fallico, la donna grazie alla sua struttura, grazie alla sua mancanza costitutiva  ha la possibilità che questa non si traduca solo nella rivendicazione infinita di voler essere come un uomo, ma  di accedere a una soddisfazione supplementare. Il problema che lui solleva  è che non c’è un modo per definire questa Altra soddisfazione ed è per questo che non si può parlare della donna. la donna non esiste, esistono le donne: una per una, ognuna portatrice di un’eccezione, di una particolarità.

Quello che Lacan mette in luce è che la bellezza dell’essere femminile deriva proprio da questa mancanza di definizione; ma se da un lato è una risorsa inequiparabile, per Lacan  infatti sole le donne e i mistici possono arrivare a un vero e proprio stato di estasi, dall’altro il cammino che una donna dovrà percorrere sarà più arduo perché può perdersi, smarrirsi in questa assenza di definizione, non trovare un senso al suo essere.

E’ per questo che una donna ha più affinità con il discorso amoroso, riesce ad entrare meglio nel campo dell’amore: perché si rivolge all’Altro cercando qualcosa che possa aiutarla a  definire il suo essere e cosa può dare senso all’essere se non l’amore? Il problema è quando questa definizione viene fatta dipendere totalmente dall’Altro, quando vi coincide indissolubilmente.

Ma quando si parla di amore le cose si complicano sempre, perché per quanto si cerchi di darne una definizione, in cosa consista questo “essere amate” ogni donna ricercherà questo a partire dalla sua interpretazione dell’amore. E non è che questa arriva improvvisamente un giorno ma si costruisce nel corso del tempo in rapporto all’Altro familiare, a partire dunque dall’infanzia e trova la sua manifestazione nell’adolescenza, nell’incontro con l’altro sesso.

Come una ragazza entra nel campo ignoto dell’amore e della sessualità? Lo fa, con l’unica cosa che la orienta: l’interpretazione  inconscia del posto che lei ha occupato nel desiderio dell’Altro. Detto in altri termini, la domanda inconscia che la bambina, nel corso del suo sviluppo, rivolge al suo Altro familiare è: come devo essere perché tu mi ami? Come devo essere per non perdere il tuo amore? Quindi, interpreta qual è la posizione che catalizza questo amore e vi si identifica; è a partire da questa entra nel discorso amoroso.

Potremmo dire che la nostra giovane ragazza ha una base di partenza, una traccia, che in psicoanalisi si chiama identificazione. Ma cosa fa sì che questa traccia possa trasformarsi in un marchio rovinoso, che può portare una giovane donna ad accettare di subire ripetute violenze all’interno di un legame definito d’amore?

Non so se vi ricordate la storia di Rosaria Aprea, l’aspirante miss di Caserta, che creò tanto scalpore qualche mese fa. La ragazza ridotta quasi in fin di vita dal fidanzato, dopo due interventi chirurgici, fa sapere dal suo letto di ospedale di voler tornare con lui.

E non era la prima volta che Rosaria subiva violenza; già anni prima era stata picchiata selvaggiamente e pubblicamente dal fidanzato. Nonostante questo, Rosaria insiste a voler stare con lui.

Non possiamo sapere il motivo, inconscio, che tiene Rosaria fissata in questa posizione, non sappiamo nulla di lei, della sua storia, della sua famiglia, però possiamo riflettere su una questione: cosa fa sì che l’incontro con la violenza possa innescare una fissazione e dunque un’insistenza ripetitiva? Cerchiamo di isolare due punti: l’incontro con la violenza  e la sua ripetizione dal versante di chi la subisce.

Consideriamo, per un attimo, questo incontro come qualcosa di assolutamente non prevedibile, inaspettato. Improvvisamente, un giorno, al posto della parola che è la condizione fondamentale del rapporto tra i sessi, fa irruzione il passaggio all’atto violento. Uno schiaffo, un pugno, un calcio rompono  la legge della parola, che fonda l’umanizzazione della vita implicando l’esperienza del limite e il rispetto dell’alterità: il soggetto femminile in quell’istante è un oggetto in balia dell’altro, di un altro che gode malevolmente del suo corpo; ed è lo stesso altro, la stessa persona che, fino ad un istante prima, quel corpo lo aveva adorato, contemplato, eletto a suo oggetto di desiderio.

E’ un’esperienza terribile, ancor più per una ragazza che si è appena affacciata all’amore: eccola confrontata con qualcosa di inspiegabile, di incomprensibile.

Cosa ci farà questa ragazza con questo incomprensibile che ha incontrato?

Questa è la grande questione che muove l’etica e la clinica della psicoanalisi.

Per la psicoanalisi non c’è  determinismo diretto, ovvero dato un evento si produce inevitabilmente un effetto. Un cattivo incontro non produce necessariamente un trauma; ma se il trauma si produce, e questo di solito accade quando il soggetto si sente totalmente lasciato cadere, quando non trova le parole per dire, quando non trova una risposta alla sua domanda muta di comprensione, questo probabilmente innescherà una  fissazione che si manifesterà come ripetizione dello stesso.

Ciò che, dunque, diviene centrale tra la contingenza dell’evento e la necessità inconscia di riprodurlo, è la mediazione soggettiva, quindi come un soggetto esposto a un cattivo incontro abbia la possibilità di elaborarlo, di togliersi da quella posizione di oggetto che subisce. Mi viene in mente che, qualche settimana fa, ho visto un servizio televisivo che raccontava una storia allucinante: una setta americana in cui bambini e adulti vivevano rinchiusi in una tenuta dove l’unica regola che vigeva era di non avere rapporti con l’esterno; una comunità che si bastava a se stessa dal momento che proclamava il sesso libero tra bambini/adolescenti e adulti. In questa setta c’erano due sorelle, entrambe sottoposte a rapporti incestuosi; la più grande a un certo punto si toglie la vita, l’altra sceglie di fuggire e di rivolgersi alla Legge. Non solo si salva, ma la sua denuncia farà chiudere e condannare i membri di questa setta. Questo è un esempio, estremo, che mostra come di fronte a un orrore di tale portata, le reazioni soggettive possano essere molto diverse.

Ma torniamo alla nostra adolescente.  Ciò che sto tentando di mettere in luce è che non è possibile ripararla da un cattivo incontro, nessun genitore può garantire questo, non è possibile riparare i figli dalla contingenza della vita.  E come lei stessa reagirà a questo cattivo incontro. Ma come l’Altro familiare, risponderà o non risponderà a questo è di grande importanza nel facilitare o meno una determinata mediazione soggettiva e dunque un’elaborazione, a scapito di una fissazione, di un trauma.

Non c’è nessuna prescrizione corretta o ricetta giusta;  però, ci sono alcune brevi osservazioni, che posso fare con voi, alcune tratte  dalla mia esperienza clinica.

La prima. Tutti i genitori “sbagliano”; è inevitabile.

E’ evitabile, invece,pensare di non farlo.

Se un genitore non fa i conti con la possibilità di sbagliare e con la sua assunzione che messaggio trasmetterà ai figli? Ascoltiamo, ogni giorno, in seduta i pazienti parlarci di questo: non è tanto lo sbaglio, l’errore a segnare il soggetto quanto il fatto che questo sia negato, non riconosciuto o proiettato.

Un genitore che fa i conti con la sua mancanza, con le sue difficoltà e non si arrocca nella sua immagine narcisistica,esaltata o rovinata dal figlio, aiuta entrambi.

 

La seconda riguarda un certo modo di intendere l’adolescenza che viene considerata un periodo alienante da cui ragazzi/e, si spera, prima o poi miracolosamente si riprenderanno “va beh si sa è l’adolescenza..” è una frase che sentiamo spesso dire dai genitori. E’ un’operazione che fanno per placare la loro angoscia paragonare l’adolescenza per certi versi a una influenza, di quelle brutte ma che poi passano. Ecco, allora potremmo dire che un genitore di un’adolescente non deve accontentarsi, soprattutto quando vede dei sintomi nei figli, non deve accontentarsi di quello che vede, di quello che pensa di sapere ma deve correre un rischio: avere il coraggio di domandare senza avere paura delle risposte. Questo vuol dire accogliere la differenza, accogliere quella vita che per certi versi non si riconosce più nell’adolescenza perché sta cercando una sua identità separata da quella familiare. Vuol dire sopportare che quelle risposte non siano in linea con il desiderio genitoriale e amare quella vita anche per questo. Il problema è che i genitori tendono a percepire come un fallimento, ogni cosa li distanzi da loro; mentre, non si accorgono che una vita che spinge a differenziarsi all’interno di un legame familiare, testimonia come sia stata toccata autenticamente dal loro desiderio.

Credo che questa sia tra le testimonianze più significative ed efficaci che un genitore possa trasmettere al figlio, l’amore per la differenza. Se la differenza viene innanzitutto accolta dall’Altro familiare, sarà più facile averci a che fare. E questo riguarda sia maschi che femmine.

 

La terza, non deriva dall’esperienza clinica ma da un articolo che, qualche mese fa, mi fece riflettere. Autore, il giornalista Massimo Gramellini in uno dei suoi pezzi quoitidiani pubblicati su La stampa  ha scritto del valore delle azioni quando le parole sono esaurite. Una ragazza finisce in ospedale con il setto nasale rotto; lei dice di essere caduta, mentre grazie ad alcuni testimoni emerge la verità, è stato il fidanzato a picchiarla. Lei, maggiorenne, non vuole denunciarlo. Sarà il padre a farlo, contro il suo volere.

Gramellini scrive che quando le parole non bastano più, quando non serve dire che chi alza le mani su di te non merita il tuo amore, quando questo non basta, a scuotere le coscienze obnubilate rimangono i gesti.

Ma i due aspetti, parole e gesti,in realtà, non sono separati: se lo sono è perché qualcosa non ha funzionato. Per la psicoanalisi, come già dicevamo prima, la Legge che fonda la vita umana e che rende possibile tutte le altre leggi è la Legge della parola: è la parola che umanizza la vita, che differenzia la vita umana da quella animale, che differenzia il desiderio dall’istinto. Detto in altri termini, da un lato: non si può avere tutto, godere di tutto, essere tutto; dall’altro, non ci si può far rompere il naso, non ci si può far picchiare e far finta che non sia successo nulla. Però, per far sì che questa Legge “funzioni” ci deve essere una condizione fondamentale, deve essere trasmessa da una generazione all’altra e l’unico modo per farlo è la testimonianza, della propria esperienza, della propria vita: si trasmette unendo la parola alle azioni. Perché un figlio possa servirsi della parola e grazie a questa fare esperienza del limite, deve averle incontrate entrambe nell’Altro che ha avuto il ruolo di crescerlo: una madre, un padre, o chi ne fa la sua funzione. Non è quindi il punto che le parole siano insufficienti, che siano esaurite quanto che ad esserlo siano le parole unite alle azioni.

Parlavo di adolescenti e poi sono passata all’Altro familiare e ora torno a parlarvi di adolescenti, perché tutto è intrecciato da una trama di fili, spesso ingarbugliata, a volte sottilissima, ma pur sempre indispensabile.

Voglio concludere con la storia di Amelia.

E’ una giovane donna con un passato molto difficile, un ‘infanzia tremenda, caratterizzata da violenze e abusi. Gli unici momenti belli che ricorda sono quelli insieme alla nonna, fin da piccolissima va con lei in campagna a raccogliere la frutta e poi a venderla. E’ la nonna che le insegna prima a contare e poi che “i conti devono sempre tornare”.

Poi cominciano le violenze e  i conti cominciano a non tornarle più. Simbolicamente e praticamente, tanto che la nonna si accorge che la nipote sempre bravissima nei conti, non riesce, si sbaglia, si perde. La allontanano dalla nonna quando Amelia cerca di denunciare quanto ha subito.

In prima superiore incontra l’amore ma non è un bell’ incontro, il ragazzo le fa violenza , di nuovo, ancora; Amelia sta male, si sente sporca, sbagliata, sola, attraversa momenti di grande disperazione. La richiamano da scuola, dopo lunga assenza; nel frattempo è cambiato il professore di matematica, ora c’è  un giovane supplente  appassionato che, alla prima esercitazione in classe, riconosce che Amelia ha una predisposizione, un talento.

Comincia a darle, fuori programma equazioni e problemi sempre più difficili da risolvere; Amelia prova qualcosa di unico mentre fa gli esercizi, una sensazione che non sa descrivere ma la fa stare bene,le dà energia, la fa sentire viva.

Ho incontrato solo due volte Amelia, diversi anni dopo, tra un’andata e ritorno dall’america dove ha vinto una borsa di studio e parallelamente scritto un libro in cui spiega la matematica ai bambini. Cerca la psicoanalisi perchè aveva sviluppato un sintomo corporeo, psicosomatico, mentre scriveva il libro e questo sintomo l’aveva fatta interrogare. Era da poco tempo venuta a mancare la nonna e lei aveva bisogno di un Altro che le confermasse la sua interpretazione. Amelia si domanda se il desiderio e l’amore per la matematica, di cui vede indubbiamente il legame con la nonna, abbia però un legame ancora più forte con il trauma che ha subito,il cui effetto è stato, per diverso tempo, che i conti non le tornassero. Da questo è nata la sua spinta e il suo desiderio nel far tornare i conti?

Sì, Amelia ha saputo fare della contingenza che ha incontrato una necessità diversa, ha potuto prendere dal  trauma la sua vocazione,  facendo sì che i conti tornino, perché “i conti tornano sempre” come intitola il suo libro!

 

 

Testo dell'intervento della dott.ssa Claudia Rubini nell'ambito dell'evento Salviamole Prima, Bologna 18 novembre 2013 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pubblicato da Dedalus Bologna il