Ridotta in fin di vita dal compagno, ora vuole tornare con lui. Alcune riflessioni sulla posizione femminile nei confronti delle violenze subite

Ridotta in fin di vita dal compagno, ora vuole tornare con lui. Alcune riflessioni sulla posizione femminile nei confronti delle violenze subite

In questi giorni sta creando tanto scalpore il caso di una giovane donna, della provincia di Caserta, giunta in ospedale in gravi condizioni in seguito alle percosse del fidanzato; dopo due interventi chirurgici, Rosaria sembra ora fuori pericolo e dal suo letto di ospedale, con un filo di voce, fa sapere di volere tornare insieme a colui che l’ha ridotta quasi in fin di vita.

Questa sua affermazione ha scatenato i media e il web. Spopolano articoli e commenti di ogni genere, c’è chi la biasima, chi la giustifica, chi urla alla “sconfitta” del rispetto per le donne.
Il caso di Rosaria, non è di certo isolato; la cronaca ce lo illustra bene, le violenze che culminano in omicidi o tentati omicidi sono quasi sempre “tragedie annunciate” dopo mesi e anni di violenze.
Ultimamente, c’è stata una grande mobilitazione dell’opinione pubblica e delle istituzioni su questo tema, sempre più concentrati sulla parte attiva dell’uomo nella violenza che perpetra nei confronti di una donna. E’ doveroso farlo; ma non basta. Non mi sto riferendo qui all’aspetto giudiziario, della Legge, che è un’altra questione.
Quello su cui mi sembra importante riflettere è la necessità di interrogare anche la posizione della donna nei confronti della violenza subita: Rosaria ha rischiato di morire ed ora è pronta a ritornare tra le braccia del suo carnefice. Mi sembra riduttivo liquidare questa scelta con frasi del tipo “agisce così per paura”, “perché crede di amarlo”…
La questione è molto più profonda e complessa; tuttavia, mi pare importante che si inizino a prendere davvero in considerazione alcune domande.

Perché una donna accetta di essere picchiata?
Perché continua a stare insieme a una persona che la maltratta, la picchia, abusa di lei? Ma, ancora un passo indietro, perché non lascia dopo il primo schiaffo, calcio, violenza subita?

Bisognerebbe prestare più spazio e attenzione alle ragioni psichiche profonde che spingono una donna a rimanere in quella posizione. E’ difficile, indubbiamente, perché questa parte così intima e profonda non viene fuori così facilmente; è ciò che vediamo emergere, nella nostra pratica clinica, quando un soggetto domanda un percorso di cura.
Ma, cominciare a riflettere autenticamente su queste domande, può essere importante nella lettura di questi fenomeni; altrimenti il rischio che si corre è quello di relegare la donna ancora di più nella posizione di “vittima” e dunque di “oggetto”.

Nella cura psicoanalitica questo è un aspetto fondamentale: quando un soggetto abusato, picchiato, maltrattato domanda un percorso di cura, si presenta sempre, giustamente, come una vittima dell’Altro. Questa parte viene accolta con grande importanza e ascoltata, con tutte le manifestazioni (rabbia, vergogna, odio...) e sintomi che porta con sé, per tutto il tempo necessario; ma se l’analista sostenesse solo l’identificazione alla vittima, quella persona rimarrebbe vittima per tutta la vita e continuerebbe a trovarsi sempre nella posizione di “subire”. Al contrario, un analista agisce perché la persona maltrattata possa implicarsi, poco alla volta, in quello che ha subito, comprendendo le ragioni inconsce, che l’hanno tenuta inchiodata in quella posizione. Perché possa passare dalla posizione di “oggetto” a quella di “soggetto”,
Un soggetto è essenzialmente colui che sa e può dire di no perché rispetta ciò che vuole e desidera.

 

dott.ssa Claudia Rubini, 22 maggio 2013
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Pubblicato da Dedalus Bologna il