Ogni cosa al posto tuo. Le depressioni giovanili

" vediamo sempre di più che al cuore di queste nuove forme di depressione ci sia una difficoltà importante: quella di amare. Si può amare senza mettere di mezzo il corpo?"

Ogni cosa al posto tuo. Le depressioni giovanili


Ogni cosa al posto tuo. Le depressioni giovanili

A maggio di quest’anno, all’interno del Corso di laurea di Sociologia dei processi di lavoro, ho fatto una breve lezione introduttiva su questo tema. Se qualcuno di voi era presente si ricorderà che sono partita dalla differenziazione tra un tipo di depressione “classica” e una nuova forma di depressione contemporanea.
Potremmo, sintetizzando molto, dire che la prima scaturisca da una “perdita: La fine di una storia d'amore, la morte di una persona cara, la perdita di un lavoro o di una posizione sociale.
Dopo una perdita è naturale attraversare un periodo di dolore. Ma perché questo si sviluppi in depressione bisogna che all'evento contingente sia assegnato un posto particolare, che riguarda il riconoscimento che l’oggetto perduto assicurava riguardo al proprio valore.
Questo tipo di depressione esiste da sempre e attraversa le diverse generazioni; non mi dilungherò su questo. Quello di cui ci interessa parlare oggi è perché nella nostra epoca assistiamo a una diffusione epidemica della depressione, soprattutto tra i più giovani.
Dalla centralità dell’evento di “perdita” ci dobbiamo spostare al concetto di “presenza”.
Ogni giorno nella nostra esperienza clinica vediamo infatti che in primo piano nelle depressioni giovanili, non c’è più la perdita dell’oggetto quanto una presenza ingombrante degli oggetti. E l’oggetto che domina incontrastato è la “connessione”, “essere sempre connessi”: mail, sms, messaggi su face book, whatsApp etc.
Incontro Enrico per la prima volta tre mesi fa. Viene a Dedalus perché ha letto sul sito che ci occupiamo di depressioni. Ha 25 anni, non ha un lavoro, non ha la ragazza. Si definisce “insoddisfatto e depresso” ma all’inizio è molto difficile comprendere cosa davvero lo faccia stare male. Ha uno smartphone che tiene in mano per tutto il tempo del colloquio. Mentre parla guarda spesso il display che si illumina continuamente e mi spiega che gli arrivano sms di continuo “sa con whatsApp non si spende niente” oppure notifiche da face book dove ha più di 1000 “amici.
Gli chiedo come occupa il suo tempo. Mi indica lo smartphone e mi spiega quante cose riesce a fare contemporaneamente “quando mi stanco di un contatto passo al successivo”
Enrico tratta coloro che incontra on line allo stesso modo in cui si trattano gli oggetti, in modo sbrigativo.
Non ha mai portato un curriculum di persona, né ha mai chiesto di persona a una ragazza di uscire. L’imprevedibilità della risposta dell’Altro, faccia a faccia, lo angoscia.
Lentamente inizia a parlare di questo, di questa difficoltà che credeva di aver aggirato grazie a un dispositivo mobile che gli permette di gestire come vuole le interazioni con gli altri, interrompendole quando vuole e senza correre il rischio di metterci di mezzo il corpo.
Da un po’ di tempo il telefono rimane in tasca per tutto il tempo del colloquio.
Antonio invece di anni ne ha 31, ha un lavoro che gli piace ma lamenta di non trovare la donna giusta. Ha un’intensa vita sessuale che coltiva prevalentemente su face book. Ha avuto una storia importante finita due anni fa. Da quel momento dice “non mi sono più fermato un attimo”. Trascorre gran parte del suo tempo a chattare con più ragazze contemporaneamente e decide quali vuole incontrare.
Domanda una terapia dopo una “chattata” con quella che definisce la sua migliore amica (che non vede però da diversi mesi, perché non ha tempo da dedicarle) la quale, all’ennesimo racconto delle sue performance sessuali gli scrive secca “non credo che sia questo ad interessarti davvero” e chiude la chat. Queste parole per la prima volta lo fanno fermare a pensare; in effetti Antonio, dopo questi rapporti, avverte una forte sensazione di solitudine, lamenta un umore depresso per alcuni giorni in cui fatica anche a recarsi al lavoro, ma non appena risente una sensazione di “vuoto” ricomincia come prima.
Cosa accomuna questi due frammenti?
Nonostante nel caso di Antonio, ci siano degli incontri “reali” questi non sono molto diversi dal modello dello shopping, dove si sceglie l’oggetto che “ci fa più voglia”.
Bauman, in Amore liquido, in un passaggio parla del “desiderio di andare a letto insieme” che sboccia “tutto d’un tratto”. Ma poche righe dopo aggiunge “forse parlare di desiderio è eccessivo. Come per lo shopping: oggigiorno chi va per negozi non compra per soddisfare un desiderio… ma per togliersi una voglia”. Invece “il desiderio ha bisogno di tempo per germogliare, crescere e maturare”
Precisamente!
Togliersi una voglia è solo un atto estemporaneo che ben si differenzia dalla natura del desiderio.
Il desiderio al contrario va coltivato, richiede una difficile negoziazione, implica qualche scelta difficile ma soprattutto comporta procrastinare il suo soddisfacimento, comporta una rinuncia.
Tutto e subito è l’antitesi del desiderio.

Per la psicoanalisi il desiderio è in rapporto all’Altro. Credere che nell’Altro ci sia qualcosa che colmi il nostro stato di mancanza, che è costitutiva. Questo è ciò che muove il desiderio di costruire legami. Ma qui le cose sembrano complicarsi: allora dov’è il problema di Antonio, che dichiara di essere così “desideroso” di avere un legame?
Antonio, in realtà, da due anni è solo occupato a tappare questa forte sensazione di vuoto che gli provoca un’angoscia insopportabile e lo spinge a collezionare oggetti, senza rischiare nulla, senza nessun tipo di investimento.
Non appena avverte il vuoto, ricomincia lo stesso meccanismo che si ripete, ripete e ripete identico. Da cosa si difende così tenacemente?
La psicoanalisi insegna che è’ nei momenti di sofferenza e di crisi che si apre una “divisione” nel soggetto tra quello che si credeva di essere e quello che si è veramente. chi sono io ? Cosa desidero davvero?
Avere il coraggio di accogliere queste domande e cercare di trovare la propria risposta significa, in termini psicoanalitici, fare i conti con la propria castrazione, cioè con la povertà e impotenza che caratterizza l’essere umano. Nel tran tran quotidiano il soggetto tende a velare questa povertà con le identificazioni : “essere il più figo”, “essere la più brava” , “essere il più ammirato”, “essere la più amata”. Le identificazioni si formano nel corso della vita dalle parole che vengono dall’Altro, in primis quello familiare e si nutrono del rimando che viene dagli altri. Questo è un altro dei motivi che spiega l’enorme successo dei social network, dove in molti trascorrono le giornate per ricevere approvazione e consensi controllando metodicamente quanti “like” ai propri link, alle proprie foto.
Leggevo un articolo dal titolo “ a quanti amici siete arrivati su face book?” dove c’è scritto che il numero di amicizie non cresce più senza senso, come agli inizi del fenomeno ma che è in media di 140,3. Questo numero secondo l’antropologo britannico Robin Dunbar è il numero di relazioni sociali che la nostra mente può gestire.
140, 3 mi sono domandata?? E ho provato a pensare a quanti legami di amicizia autentici si possono coltivare nella vita reale. Un numero infinitamente più basso perché i legami, quelli veri, richiedono tempo, investimento, energia, e anche rinunce.
Penso a Elena, quasi trentenne, che in una seduta di poco tempo fa mi ha raccontato che in un momento di grande sconforto, ha deciso di collegarsi a face book, per vedere se una sua cara amica fosse on line. “Potevo chiamarla ma so che è molto impegnata e non volevo disturbarla”. Vedendola on line ha preso coraggio; sono bastate poche parole perché l’amica la invitasse a raggiungerla, mettendo da parte i programmi che si era prefissata.
Sherry Turkle in “Insieme ma soli” , nota come, con la diffusione delle nuove forme di comunicazione (mail, chat, istantan message) anche il rapporto con la telefonata sia cambiato: la telefonata richiede più tempo, più disponibilità e attenzione. Dalle sue ricerche sempre più persone evitano le telefonate sostituendole con le mail; ma un’emoticon non può sostituire un’emozione e così accade che le persone non comunichino più i loro sentimenti o quando accade loro qualcosa di importante.
Gli amici non hanno un ordine del giorno “hanno dei bisogni non programmati. Nell’amicizia non sempre le cose possono aspettare.”
Ma torniamo ad Elena che mi permette di precisare un punto che non vorrei fosse frainteso. Noi di Dedalus non pensiamo affatto che Internet e le nuove tecnologie siano il male da cui farsi curare. Come ha scritto il giornalista Massimo Gramellini in un articolo di inizio novembre “ In valigia/l’amicizia”, “Le amicizie in Rete sono un’opportunità straordinaria che, se fosse esistita quando avevo 15 anni, avrebbe rivoluzionato la mia adolescenza timida.” Aggiungendo che forse il vero problema” è che la novità ci abbia preso la mano”.
Quello che vediamo nelle depressioni giovanili è la funzione che viene data agli oggetti e il posto che prendono a divenire sintomatica: se nel caso di Elena, internet (face book) viene in un certo senso usato per cercare un contatto vero (l’amica reale) in molti altri casi vediamo come la vita on line si sostituisca a quella reale, diventando l’unico rifugio. Ma se vogliamo leggerla più profondamente anche Elena mostra una grossa difficoltà: perché non ha domandato? Perché non ha alzato il telefono e chiesto se poteva raggiungere la sua amica?
Come già ho detto prima i legami d’amore, d’amicizia muovono dal presupposto che nell’Altro ci sia qualcosa che colmi il nostro stato di mancanza; ma l’ Altro può essere imprevedibile, reagire diversamente da come ci aspetteremmo, non essere sempre disponibile. E questo provoca angoscia: cosa sono io per te?
Allora per aggirare questa condizione di angoscia molti soggetti si rivolgono agli oggetti inanimati, che sono sempre disponibili e non domandano nulla ma così crolla la dialettica dello scambio, del legame. Viene eliminato il rischio, la possibilità generativa di perdere qualcosa (fosse anche un “no”) in cambio di un qualcosa di molto più grande ma non immediato; il prezzo che si paga è molto alto perché il soggetto che si arrocca nel non voler perdere nulla puo’ arrivare a perdersi totalmente.

Poco tempo fa ci è arrivata una mail allo psicologo on line di una giovane universitaria; Anna si descrive senza stimoli e interessi, nessuno le piace, non c’è nulla che le dia emozione ma quando si connette allora sì che riesce a emozionarsi, a provare sensazioni, a “idealizzare”.Questo ha comportato l’impossibilità a dedicarsi allo studio e la perdita delle amicizie reali.
Ma quello che la fa stare male è la fine di una storia virtuale: ore e giornate a chattare con un ragazzo che non ha mai visto e poi bruscamente la storia on line si interrompe. E lei soffre a non ricevere più il “messaggino istantaneo”.
Questa mail ci fa arrivare al nocciolo della questione; per la psicoanalisi è sempre difficile generalizzare dal momento che si occupa dell’ascolto e della cura del particolare, del caso per caso, come insegna il suo fondatore Freud.Dunque, seppur sia impossibile una equiparazione della particolarità di ogni storia e di ogni vita vediamo sempre di più che al cuore di queste nuove forme di depressioni ci sia una difficoltà importante: quella di amare.
Si può amare senza mettere di mezzo il corpo?
La risposta è no.
Come scrive lo psicoanalista Massimo Recalcati in Ritratti del desiderio “L’amore è sempre amore per un nome vincolato a un corpo”.
E’ proprio qui che sta la fatica ma soprattutto il miracolo dell’amore: unire il nome a un corpo in modo indissolubile e amare questa unione nella sua alterità, diversità. Non è amare nell’Altro quello che c’è di simile a noi, detto in altri termini.
E’ in questo senso che desiderio e amore si possono legare: perché quando questo accade vediamo che l’amore arresta la sfuggevolezza del desiderio, lo lega a qualcosa – un nome particolare appunto- perché il nome a differenza dell’oggetto non è seriale e non può essere rimpiazzato con un oggetto simile.
L’amore non è una cosa semplice.
Bauman, in Amore liquido, scrive che “non si può imparare ad amare”.
Questo è vero nella misura in cui non ci sono ricette, consigli, procedure definite per accedere all’amore.
Ma la psicoanalisi dimostra che è possibile. Nella nostra esperienza clinica vediamo che questo è possibile quando il soggetto realizza il lutto di una parte di sé, accetta di perdere quelle identificazioni, di cui parlavamo prima, che impediscono di accettare la propria mancanza, le proprie difficoltà, la propria incompletezza.
E’ solo così che l’incontro con l’Altro diventa realmente praticabile: il buon incontro non è l’incontro con qualcuno di speciale tout court ma il fatto che possa finalmente presentarsi grazie a ciò che di speciale si è verificato nel soggetto.

 

Intervento della dott.ssa Claudia Rubini, psicologa Dedalus Bologna

 

 

Pubblicato da Dedalus Bologna il