Depressioni giovanili

Tanny, alle ore 9.00 del 10 marzo 2012 scrive: “La mia vita è un elettroencefalogramma piatto: non ho motivazioni e stimoli, niente mi dà gioia, niente mi dà piacere. Ho diverse persone accanto che mi vogliono bene ma questo non mi aiuta. Come si fa a vivere e non solo sopravvivere?”

Depressioni giovanili

Oggi sono qui per parlarvi delle depressioni giovanili e ho iniziato il mio intervento riportandovi il frammento di una mail arrivata a Dedalus di Jonas poco tempo fa. Parto dalle mail, dunque Internet, per parlare della depressione.
Da quattro anni abbiamo un'attività di psicologo on line, un servizio di consulenza psicologica in collaborazione con l'Ufficio Giovani del Comune di Bologna sul sito di flashgiovani.it.
E' stata una grande scommessa per noi, che siamo clinici ad orientamento psicoanalitico: possiamo fare un servizio di consulenza (che tengo a precisare non sostituisce una terapia) facendo a meno del corpo? Per la psicoanalisi il corpo è molto importante; come sapete dobbiamo a Freud la nascita di questa disciplina dall'osservazione di sintomi corporei che non erano riconducibili a cause organiche.
Freud definisce compiacenza somatica questi sintomi, determinati da processi psichici inconsci.
Sintetizzando molto potremmo dire che l' inconscio e il corpo sono quindi due punti cardine della psicoanalisi.
Su Internet, nelle mail che ci arrivano, il corpo è fuori gioco; ma qualcosa dell'inconscio si trasmette attraverso il sintomo che viene descritto (il sintomo è appunto una delle principali manifestazioni dell'inconscio).
Inoltre questa domanda di aiuto non è indirizzata a un pari, come accade nei forum ma è rivolta a un Altro che occupa il posto di soggetto supposto sapere. Chi scrive suppone che nell'Altro ci sia un sapere in grado di eliminare la sua sofferenza: questa supposizione prende il nome di transfert.
Il transfert è il terzo punto cardine della psicoanalisi.
Ora potremmo dire che nella depressione, di cui vi darò prima una versione più “classica” il soggetto si sente spesso sottovalutato dall'Altro a cui rivolge il suo lamento, come se la sua sofferenza fosse inconsistente, meno degna di una sofferenza fisica. Questo perchè il dolore non si localizza nel corpo e il soggetto depresso prova molta difficoltà a dire ciò di cui soffre.
“preferirei avere un tumore” dice, infatti, una mia paziente.
Dunque nella depressione c'è una difficoltà a dire, c'è un'impotenza di fronte alla parola. Come si vede in questa mail, in cui Lucia usa uno strumento della medicina, l'elettroencefalogramma, per cercare di descrivere uno stato psicologico che fatica a spiegare.
Un corpo che ha perso le sue funzioni vitali, prima di tutte la capacità di provare piacere, e un' inesprimibilità del malessere trovano una traduzione possibile nella scrittura di una mail.

Lucia trascina il suo corpo dal letto al divano, dal divano al computer; mentre naviga vede il nostro sito e decide di scrivere pensando “che cosa ho da perdere?”. Può restare in pigiama, senza lavarsi, senza fare la fatica di prepararsi per un incontro.
Dopo la mia risposta accade che Lucia chieda un colloquio di persona.
Emerge che l'insuccesso universitario è l'evento scatenante del suo vissuto depressivo. Trascorre l'infanzia e l'adolescenza in un piccolo paese dell' Appennino bolognese; un posto che le sta stretto, in cui si sente estranea. Ma c'è un progetto che la sostiene: trasferirsi nel capoluogo e iscriversi a Ingegneria (la stessa professione del padre). L'entusiasmo per questa nuova vita crolla davanti alla difficoltà di sostenere gli esami che mette in crisi l'idea che si era costruita di sé per trovare un posto di importanza nel desiderio dell'Altro e nel mondo.
Nel caso di Lucia abbiamo isolato l'elemento da cui scaturisce la sua depressione: per la psicoanalisi non c'è un evento specifico come causa della depressione, anche se questa solitamente si sviluppa a seguito di un evento di perdita.
La fine di una storia d'amore, la morte di una persona cara, la perdita di un lavoro o di una posizione sociale. Ma perchè la depressione si sviluppi bisogna che all'evento contingente sia assegnato un valore particolare che riguarda il riconoscimento che quella persona o quella posizione assicurava al soggetto, riguardo al proprio valore.
Il soggetto non vuole separarsi dall'oggetto perduto, non accetta la perdita di una parte di sé che l'oggetto aveva la funzione di sostenere e corre così il rischio di perdersi totalmente.

Questo tipo di depressione esiste da sempre; perchè allora nella nostra epoca assistiamo a una diffusione epidemica della depressione, soprattutto nelle generazioni giovani?

Le depressioni contemporanee non si fondano più su questa logica: in primo piano non c'è più la perdita dell'oggetto e la difficoltà a procedere verso la sua simbolizzazione quanto una presenza ingombrante degli oggetti.
Il soggetto anziché porre nel luogo dell'Altro ciò che ha originariamente perduto preferisce eleggere un oggetto inumano come partner, rifiutando così la mancanza che lo costituisce e il desiderio che da essa sorge.
Pensiamo ai rapporti d'amore, ma anche di amicizia: cosa muove il desiderio di costruire legami?
Credere che nell'Altro ci sia qualcosa che colmi il nostro stato di mancanza.
L'illusione del soggetto contemporaneo, animata dal discorso del capitalista è piuttosto credere che l'oggetto che causa il desiderio (l'oggetto a) possa confondersi con un oggetto-cosa; un oggetto dunque consistente, sempre presente, asessuato, non sottoposto all'imprevedibilità dell'incontro con l'Altro.
Il soggetto vuole fare a meno dell'angoscia provocata da questo incontro e tenta di aggirare questa condizione riempiendosi di oggetti inanimati.
Crolla così la dialettica simbolica dello scambio, che fonda la capacità di creare legami.
Cosa si osserva infatti nelle nuove forme di depressione? L'incapacità di amare.

Sempre più al cuore delle domande che ci arrivano si delinea questa difficoltà.
L'esperienza d'amore richiede al soggetto di saperci fare con la propria castrazione, presuppone la capacità di tollerare la propria povertà e impotenza. Questa è la condizione necessaria per potersi affidare e donare ad un Altro; a nulla serve infatti l'amore dell'Altro se un soggetto non fa prima i conti con la propria condizione di mancanza.
E così vediamo nella clinica che i pazienti depressi chiedono l'amore, ma non cercano l'amore.
Alessia viene in terapia perchè non trova l'amore. Tutte le sue storie hanno una costante: colleziona uomini-oggetto, un po' burattini, da cui sa di non volere niente oppure sceglie uomini-stronzi da cui sa che non potrà avere niente. Soffre perchè non ha l'amore ma in realtà fa di tutto per starne lontana.
Qualsiasi cosa le amiche le dicano viene da lei interpretato come un giudizio spietato; questo la porta a chiudersi sempre di più o a ricercare solo la compagnia di amicizie superficiali.
L'Altro, nelle sue varie declinazioni, è tagliato completamente fuori: Alessia vuole godere da sola.

Non si può godere di tutto, non si può godere senza l'Altro”: in questa frase potrei riassumere il fondamento della Legge della castrazione simbolica, che nel nostro tempo è sempre più soppiantata dall'imperativo opposto : “Godi! Devi godere!
L'effetto che si produce è una maniacalità senza controllo, senza limite : riempirsi di oggetti, essere sempre pieni di impegni, correre anche se non si sa dove: l'importante non è cosa fare, ma fare.
Non c'è più spazio per l'attesa, per la noia. Tutto deve essere freneticamente scandito, non ci deve essere spazio vuoto e quando c'è bisogna affrettarsi a tapparlo! Con l'illusione che una semplice presenza, un oggetto o un mare di oggetti possano supplire all'incompletezza costitutiva che abita l' essere umano.
Irene ha 25 anni e viene in terapia a causa di una solitudine che la attanaglia: non sopporta stare sola. Ogni volta ripete sempre la stessa scena all'inizio del colloquio: dice che non ha pensato a quello che ci siamo dette la volta precedente. D'altronde come può pensare? Impiega ogni secondo del suo tempo proprio per non pensare. Quando nel corso della cura questa spinta “riempitiva” si placa, Irene prova un forte vissuto depressivo: “non sono quello che pensavo di essere, non so più chi sono”.
Irene sta finalmente toccando il suo punto di mancanza, quello che ha sempre coperto con il “fare”.
Vi racconterò ad ottobre cosa Irene produrrà da questo incontro.

L'altro effetto,indubbiamente collegato al precedente, riguarda l'estrema difficoltà per un soggetto a “perdere” qualcosa. La perdita intesa come una rinuncia simbolica, una rinuncia che è la sola condizione di accesso al desiderio: rinunciare al godimento immediato è l'unica condizione per avere una soddisfazione più grande e soprattutto autentica in futuro.
Più il soggetto fatica a perdere, a rinunciare più alimenta un godimento nocivo, improduttivo e si allontana dal suo desiderio. Quando questo accade si innesca un forte senso di colpa: la colpa di essere un fallimento, una merda, di non valere niente.
Potremmo dire che la clinica psicoanalitica, per quanto riguarda le nevrosi, sia una clinica della soggettivazione di questa colpa.
Piero è un trentenne che scrive allo psicologo on line lamentando un'insoddisfazione pervasiva in tutti gli ambiti della sua esistenza. Chiede aiuto attraverso internet perchè è per lui faticoso “perdere la faccia”.
Non sa bene cosa vuole fare nella vita, non ci ha mai pensato davvero fino ad ora. Suo padre gli ha sempre detto cosa doveva fare e di non preoccuparsi del futuro, che avrebbe potuto fare tutto; arrivato all'età adulta si trova totalmente incapace di scegliere. Se sceglie questo deve rinunciare a quello, se sceglie quello deve rinunciare a questo; non vuole perdere nulla.
Ma per la prima volta nella sua vita ora sta perdendo qualcosa: per primo “la faccia”, poi i soldi per pagare le sedute e il tempo per venire in terapia.
La terapia con Piero attraversa un momento difficile quando, dopo qualche mese, si rende conto che andare in analisi non è proprio “rose e fiori”: pensava che fosse un'esperienza più soft, che avrebbe ricevuto qualche consiglio e invece esclama“questa analisi richiede un grande impegno!”
Sì, assumere il proprio desiderio richiede un grande impegno, d'altronde come scrive Lacan nel Seminario VII “L'unica cosa di cui si possa essere colpevoli, perlomeno nella prospettiva analitica, è di aver ceduto sul proprio desiderio”.
La volontà di fare i conti con il proprio desiderio è una decisione che non può essere presa che dal soggetto stesso.
Un analista ha la responsabilità di guidare una cura ma sta al soggetto prendersi la responsabilità di guidare la sua vita.
Dopo un periodo piuttosto turbolento, Piero mi dice in seduta “e' la cosa più complicata che mi sia mai trovato a fare ma adesso so una cosa: che ci voglio provare”.

Cosa può fare dunque una terapia psicoanalitica in queste nuove forme di depressione giovanili?
A mio avviso si tratta di riabilitare la funzione dell'oggetto piccolo a, l'oggetto che causa il desiderio, l'unico oggetto che non può essere sostituibile e che rappresenta la particolarità più intima di un essere umano. Un resto, un pezzo di sé perduto che in quanto tale muova la ricerca del soggetto. In questo senso, oggetto causa di desiderio.
Una psicoanalisi può “guarire” mostrando tutte le illusioni che tengono separato il soggetto dalla chiamata del suo desiderio, che è un'incognita che muove dall' oggetto piccolo a.
E' la possibilità di fare sorgere il desiderio come “differenza assoluta”: una differenza implica una relazione, è in rapporto a qualcosa.: che è il desiderio dell'Altro.
Significa dunque per il soggetto trovare il giusto equilibrio tra il proprio desiderio e il desiderio dell'Altro.
Perchè una vita che genera non può fare a meno dell'Altro.

 

 

Giovedì 3 maggio 2012

Facoltà di Sociologia dell'Università di Bologna- all’interno del Corso di Sociologia dei processi di lavoro:

lezione introduttiva al tema delle depressioni giovanili.

dott.ssa Claudia Rubini

 

Pubblicato da Dedalus Bologna il